Il modello logistico del Just-in-Time (JIT) sta affrontando una crisi strutturale senza precedenti. Concepito per minimizzare le scorte e ottimizzare i flussi finanziari, il JIT si sta rivelando estremamente vulnerabile nell’attuale geopolitica frammentata dai conflitti bellici.

La vulnerabilità del JIT

La guerra in Ucraina e la crisi nello stretto di Hormuz hanno evidenziato la fragilità della logistica che minimizza le scorte. Secondo un report di McKinsey & Company, le aziende che dipendono dal JIT hanno subito interruzioni medie del 30-50% superiori rispetto a quelle con scorte di sicurezza. La chiusura di rotte marittime chiave, lo shutdown negli Stati Uniti terminato il 30 aprile, e il rincaro delle materie prime energetiche hanno trasformato la puntualità in un lusso insostenibile.

JIC vs JIT

La priorità si è spostata dall’efficienza alla resilienza. Per molte aziende l’alternativa è rappresentata dal modello Just-in-Case (JIC) che permette: accantonamento strategico con un aumento dei volumi di magazzino, in particolare per i componenti strategici o difficili da reperire; friend-shoring, ovvero lo spostamento della produzione verso nazioni alleate o politicamente stabili; regionalizzazione, cioè la riduzione della distanza fisica tra produzione e consumo.

Quale futuro?

La logistica moderna non può più prescindere, purtroppo, dal rischio geopolitico. La logistica in tempo di guerra impone una sovrabbondanza che, pur essendo costosa, è l’unica garanzia. La sfida del futuro, infatti, non sarà consegnare nel minor tempo possibile, ma far sì che la consegna avvenga. Oltre a ciò, pensare sempre alla sostenibilità così da ottimizzare i flussi per ridurre sprechi ed efficientare il carico dei mezzi, diminuendo il numero di trasporti necessari. Anche i sistemi di intelligenza artificiale consentiranno, e lo stanno già facendo, tecnologie risolutive di supporto nei momenti di crisi.